Gennaio 25, 2012
"Fammi essere forte, forte di sonno e di intelligenza e forte di ossa e di fibra; fammi imparare, attraverso questa disperazione, a distribuirmi: a sapere dove e a chi dare, a riempire i brevi momenti e le chiacchiere casuali di quell’infuso speciale di devozione e amore che sono le nostre epifanie. A non essere amara. Risparmiamelo il finale, quel finale acido citrico aspro che scorre nelle vene delle donne in gamba e sole. Non farmi disperare al punto da buttar via il mio onore per la mancanza di consolazione; non farmi nascondere nell’alcol e non permettere che mi laceri per degli sconosciuti; non farmi essere tanto debole da raccontare agli altri come sanguino dentro; come giorno dopo giorno gocciola, si addensa e si coagula."

— Sylvia Plath, Diari (via apneadiparole)

Gennaio 25, 2012
Labirinto: L’impotenza dell’estraneità. Mi sono piombati addosso metri di...

seretur:

L’impotenza dell’estraneità. Mi sono piombati addosso metri di lontananza, di distanza, di inafferrabilità.

Ma non provo emozioni. Nessuna. Sono seduta su una sedia su cui resterò seduta ancora a lungo. E lo schermo è uguale a come lo guarderò ancora per tanto tempo.

Gennaio 24, 2012
http://t.co/HTE1nCw
Yeah, ed io vivo in un paese ridicolo, privo di Starbucks.
La mia vita sembra prendermi in giro, in questi giorni. 

http://t.co/HTE1nCw

Yeah, ed io vivo in un paese ridicolo, privo di Starbucks.

La mia vita sembra prendermi in giro, in questi giorni. 

(Fonte: vieniquacheinduesistameglio)

Gennaio 24, 2012

Nessuno come Alanis Morissette in “You Oughta Know” sa cantare l’odio, la delusione e la rabbia della fine di una storia. La speranza che il ricordo di me ti torturi in ogni momento felice con qualsiasi altra nel tuo futuro. 

Probabilmente è una speranza vana, se è finita dobbiamo accettare che lui è pronto a rifarsi una vita, anche se non lo sappiamo. Ma urlare il nostro rancore,almeno all’inizio, magari aiuta.

Gennaio 24, 2012
Lasciarmi non è giusto (ma è così)

A nessuno piacciono le ingiustizie, in particolar modo quando ne siamo vittime. 

In un mondo perfetto, i miei sforzi, i miei sentimenti sarebbero ricambiati da altrettanti sforzi e sentimenti altrettanto forti. Ma noi non viviamo in un mondo perfetto. 

Guardando indietro in questa storia, ho la coscienza pulita: non avrei potuto fare di più. E allora perchè, perchè, perchè lui ha smesso di amarmi? Perchè è lui ad aver deciso di mollare la storia? Avrei dovuto farlo io: perchè, perchè, perchè non l’ho fatto? Perchè non voglio farlo? Perchè è lui ad andare avanti come se niente fosse?

Perchè non viviamo in un mondo perfetto. L’ingiustizia della fine è così difficile da accettare: ma bisogna farlo. Altrimenti rimane una scusa per rimuginare. E per sperare che - grazie ad una giustizia cosmica - le cose tornino come prima. 

Inutile torturarsi, promettere, fare richieste, sperare: l’amore purtroppo c’entra poco con ciò che è giusto, con ciò che è logico e con ciò che dovrebbe. Non è nemmeno colpa sua se non prova più gli stessi sentimenti. 

Lui non mi ama più. Fine della storia: non tornerà da me perchè è giusto. Fine della storia. 

6:09pm  |   URL: http://tmblr.co/Zpja9wFIGUNQ
  
Archiviato in: ingiustizia amore lasciarsi dolore 
Gennaio 24, 2012
Telefonare al tuo ex (no, non una buona idea)

Sì, l’ho fatto. L’ho chiamato a mezzanotte e siamo stati al telefono fino alle sei del mattino. Alternando spiegazioni, discussioni, chiacchiere come se tutto fosse come prima, analisi psicologiche, pianti, battute.

E sì, alla fine piangendo l’ho implorato di tornare insieme. 

Sapevo da subito che era un errore. Sapevo che la scusa con cui lo chiamavo non era che una scusa. Non ne ero certa, ma sapevo che sforzando un po’ l’immaginazione/la sincerità con me stessa quello era il finale annunciato. 

Gli ho chiesto di riprovarci, nonostante la fine di questa storia pesi tutta sulle sue spalle. Nonostante io avrei tutti i motivi per lasciarlo. Nonostante prima che ci lasciassimo io avevo tutti i motivi per lasciarlo e volevo farlo. Ma questo era prima del grande vuoto creato dalla fine della nostra storia. Un vuoto in cui sguazzo da settimane, e di cui non riesco a capacitarmi.

E lui, lui mi ha rifiutata ancora. Non sa quello che vuole, non sa se vuole me. Ed io ancora non riesco a lasciar andare questa storia.

Mi sono svegliata con un immenso mal di testa ed un’ancor più grande confusione. Voglio veramente tornare con lui? Anche abolendo dallo scenario il fatto che lui non lo voglia.

I motivi che ci hanno portati alla fine sono veri, li ho meditati per mesi, e rimarrebbero lì a maledirci anche se tornassimo insieme. E se non siamo riusciti a superarli quando lui era certo di amarmi, se in questi anni il mio amore non è bastato a reggerci insieme, a fargli superare le sue paure ed i suoi problemi, perchè dovrebbe bastare ora. 

So tutte queste cose, ma so anche che, per quanto straziante umiliante triste patetica sia stata la telefonata di ieri, io sto meglio solo per averlo sentito. Qual’è il confine fra amore e dipendenza? Ho solo ritardato il processo di accettazione della perdita? Perchè sono disposta ad accettare un nuovo rifiuto piuttosto che non sentirlo più?

Immagino che quando ti consigliano di adottare una politica del nessun contatto alla fine di una storia, ci siano delle buone ragioni.

Gennaio 23, 2012

tumblrbot ha chiesto: WHAT IS YOUR FAVORITE INANIMATE OBJECT?

senza dubbio, il pc. (e lo so di rispondere ad un bot)

Gennaio 23, 2012
"The problem was that Jodie was a lawyer. She won every argument on basic logic. Will a wrinkled shirt get you promoted to executive editor? No. So why would you wear a wrinkled shirt? After a while there were no arguments. We simply stopped talking. We’d been on our way to breaking up, but there was something between us, something special, the thing that had kept us together for those two tough years as we negotiated how to have a relationship with each other. I’m not even sure what it was. Chemistry, maybe. The early chemistry that made us work, click. Just when I’d be ready to walk out the door and tell her to go find the guy she wanted me to be, she’d be sitting at the kitchen table, eating her Wheaties or ridiculous scrambled tofu, and I’d just look at her for a moment, overcome with tenderness, with love."

— The breakup club

Gennaio 16, 2012

Alla fine di una storia, ci sono troppe canzoni che ci ricordano quello che è stato. E’ giunto il momento di riempire il nostro mp3 di canzoni adatte al nostro stato psicologico, che a volte è pigiama-gelato-autocommiserazione-abbrutimento, altre volte è realismo-riscossa. Questo è l’angolo della playlist fine di una storia.

E cominciamo con The Cranberries - I can’t be with you.

Gennaio 16, 2012
Il primo post: la fine di una storia

Si dice che per superare la fine di un’amore ci voglia almeno la metà della durata della storia. La mia è durata quasi un decennio, quindi l’asserzione mi preoccupa molto. Quando io e l’Innominato ci siamo messi insieme, non esisteva Facebook, il motore di ricerca più usato era Virgilio, i blog erano per pochi geek (la maggior parte delle persone non sapeva cosa fossero i geek), i cellulari telefonavano e mandavano sms, non esistevano i piani flat, il modem faceva rumori buffi quando si connetteva, quando si viaggiava si usavano le cartine, Ikea e H&M non erano diffusi in Italia, la musica si ascoltava sui cd e le serie tv si guardavano in televisione. Io e l’Innominato abbiamo condiviso questo decennio in cui la tecnologia ha penetrato la vita di tutti, in cui le comunicazioni sono diventate così diverse. In questo decennio abbiamo vissuto insieme e a distanza, abbiamo lavorato insieme, scoperto musica libri articoli film insieme. Siamo diventati, da ragazzini che eravamo, adulti alle prese con decisioni difficili. Virtualmente, ogni passo della nostra vita, ogni tratto della personalità, è permeato dell’altro, perchè ogni scelta, ogni avventura è stata fatta discutendone insieme.
Eppure non è bastato, ed ora mi ritrovo qui, dieci anni dopo, ad amputare con un taglio netto, doloroso ed indegno, questa parte di me. Si dice che per superare la fine di una storia bisogna allontanarsi da tutto quello che ci ricorda dell’altro, almeno fino a quando non si è abbastanza forti da affrontarlo. Ma tutto nella mia vita, e soprattutto me stessa, mi ricorda dell’Innominato. Forse non dipende dal tempo e da quello che abbiamo affrontato insieme: forse chiunque si trovi alla fine di una storia ha la stessa sensazione.

Si dice che la cosa migliore per farlo è evitare di chiudersi in sè stessi, parlarne con i propri amici, con un osservatore esterno. Ma una particolare variante del principio di indeterminatezza mi rende questo impossibile: l’osservazione altera l’oggetto osservato, e la mia visione dei fatti, nel momento in cui li racconto, altera il modo in cui chi li riceverà vedrà la fine di questa storia. Posso dipingere la questione brutalmente, dando tutta la colpa all’Innominato - guardando i fatti è la cosa più ovvia. Ma quello delle relazioni è un sistema complesso, con tante variabili, e sempre qualche forma di comparative negligence, di colpa condivisa. E non ho bisogno di qualcuno che mi assolva e mi dica che non avrei potuto fare altro. Io non sono una che si arrende facilmente, l’ho voluto e ci ho provato per un decennio, se sono arrivata a questo punto è davvero inevitabile. Ma è dura convincermene. Anche perchè sono avvolta da questo strano senso di irrealtà: un universo che non condivido con l’Innominato ora mi è estraneo, mi risulta difficile da immaginare. E da spiegare alle persone che mi sono più care. Quelle stesse persone che mi hanno vista innamorata, che mi hanno vista lottare per questa storia. Che mi hanno sentita progettare un matrimonio, immaginare i nomi dei figli, sperare di invecchiare insieme. Capisco che anche loro siano basite all’idea che io non sia più la stessa persona, e non ho la forza di spiegargli perchè e come.
Quindi sono qui. Apro un blog, mi trasformo in una nostra (mia e dell’Innominato) conoscente che, tanto tempo fa, deridevamo perchè aveva messo nero su bianco la rottura con il suo amore. In questo blog voglio elaborare il lutto della fine di una storia, ma anche cominciare ad immaginare questo universo parallelo in cui sono stata catapultata. Ricominciare a costruire me stessa.
Certo, mi proteggo con l’anonimato. E spero che urlando nel frastuono di tutti quelli che battono sui tasti nel web i loro pensieri, mi giunga un’eco.
Mille storie finiscono ogni giorno, penso che chiunque si sia trovato in una situazione simile alla mia. E spero voglia fare un po’ di strada con me.

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