— Sylvia Plath, Diari (via apneadiparole)
L’impotenza dell’estraneità. Mi sono piombati addosso metri di lontananza, di distanza, di inafferrabilità.
Ma non provo emozioni. Nessuna. Sono seduta su una sedia su cui resterò seduta ancora a lungo. E lo schermo è uguale a come lo guarderò ancora per tanto tempo.
http://t.co/HTE1nCw
Yeah, ed io vivo in un paese ridicolo, privo di Starbucks.
La mia vita sembra prendermi in giro, in questi giorni.
(Fonte: vieniquacheinduesistameglio)
Nessuno come Alanis Morissette in “You Oughta Know” sa cantare l’odio, la delusione e la rabbia della fine di una storia. La speranza che il ricordo di me ti torturi in ogni momento felice con qualsiasi altra nel tuo futuro.
Probabilmente è una speranza vana, se è finita dobbiamo accettare che lui è pronto a rifarsi una vita, anche se non lo sappiamo. Ma urlare il nostro rancore,almeno all’inizio, magari aiuta.
A nessuno piacciono le ingiustizie, in particolar modo quando ne siamo vittime.
In un mondo perfetto, i miei sforzi, i miei sentimenti sarebbero ricambiati da altrettanti sforzi e sentimenti altrettanto forti. Ma noi non viviamo in un mondo perfetto.
Guardando indietro in questa storia, ho la coscienza pulita: non avrei potuto fare di più. E allora perchè, perchè, perchè lui ha smesso di amarmi? Perchè è lui ad aver deciso di mollare la storia? Avrei dovuto farlo io: perchè, perchè, perchè non l’ho fatto? Perchè non voglio farlo? Perchè è lui ad andare avanti come se niente fosse?
Perchè non viviamo in un mondo perfetto. L’ingiustizia della fine è così difficile da accettare: ma bisogna farlo. Altrimenti rimane una scusa per rimuginare. E per sperare che - grazie ad una giustizia cosmica - le cose tornino come prima.
Inutile torturarsi, promettere, fare richieste, sperare: l’amore purtroppo c’entra poco con ciò che è giusto, con ciò che è logico e con ciò che dovrebbe. Non è nemmeno colpa sua se non prova più gli stessi sentimenti.
Lui non mi ama più. Fine della storia: non tornerà da me perchè è giusto. Fine della storia.
Sì, l’ho fatto. L’ho chiamato a mezzanotte e siamo stati al telefono fino alle sei del mattino. Alternando spiegazioni, discussioni, chiacchiere come se tutto fosse come prima, analisi psicologiche, pianti, battute.
E sì, alla fine piangendo l’ho implorato di tornare insieme.
Sapevo da subito che era un errore. Sapevo che la scusa con cui lo chiamavo non era che una scusa. Non ne ero certa, ma sapevo che sforzando un po’ l’immaginazione/la sincerità con me stessa quello era il finale annunciato.
Gli ho chiesto di riprovarci, nonostante la fine di questa storia pesi tutta sulle sue spalle. Nonostante io avrei tutti i motivi per lasciarlo. Nonostante prima che ci lasciassimo io avevo tutti i motivi per lasciarlo e volevo farlo. Ma questo era prima del grande vuoto creato dalla fine della nostra storia. Un vuoto in cui sguazzo da settimane, e di cui non riesco a capacitarmi.
E lui, lui mi ha rifiutata ancora. Non sa quello che vuole, non sa se vuole me. Ed io ancora non riesco a lasciar andare questa storia.
Mi sono svegliata con un immenso mal di testa ed un’ancor più grande confusione. Voglio veramente tornare con lui? Anche abolendo dallo scenario il fatto che lui non lo voglia.
I motivi che ci hanno portati alla fine sono veri, li ho meditati per mesi, e rimarrebbero lì a maledirci anche se tornassimo insieme. E se non siamo riusciti a superarli quando lui era certo di amarmi, se in questi anni il mio amore non è bastato a reggerci insieme, a fargli superare le sue paure ed i suoi problemi, perchè dovrebbe bastare ora.
So tutte queste cose, ma so anche che, per quanto straziante umiliante triste patetica sia stata la telefonata di ieri, io sto meglio solo per averlo sentito. Qual’è il confine fra amore e dipendenza? Ho solo ritardato il processo di accettazione della perdita? Perchè sono disposta ad accettare un nuovo rifiuto piuttosto che non sentirlo più?
Immagino che quando ti consigliano di adottare una politica del nessun contatto alla fine di una storia, ci siano delle buone ragioni.
tumblrbot ha chiesto: WHAT IS YOUR FAVORITE INANIMATE OBJECT?
senza dubbio, il pc. (e lo so di rispondere ad un bot)
— The breakup club
Alla fine di una storia, ci sono troppe canzoni che ci ricordano quello che è stato. E’ giunto il momento di riempire il nostro mp3 di canzoni adatte al nostro stato psicologico, che a volte è pigiama-gelato-autocommiserazione-abbrutimento, altre volte è realismo-riscossa. Questo è l’angolo della playlist fine di una storia.
E cominciamo con The Cranberries - I can’t be with you.
Eppure non è bastato, ed ora mi ritrovo qui, dieci anni dopo, ad amputare con un taglio netto, doloroso ed indegno, questa parte di me. Si dice che per superare la fine di una storia bisogna allontanarsi da tutto quello che ci ricorda dell’altro, almeno fino a quando non si è abbastanza forti da affrontarlo. Ma tutto nella mia vita, e soprattutto me stessa, mi ricorda dell’Innominato. Forse non dipende dal tempo e da quello che abbiamo affrontato insieme: forse chiunque si trovi alla fine di una storia ha la stessa sensazione.
Si dice che la cosa migliore per farlo è evitare di chiudersi in sè stessi, parlarne con i propri amici, con un osservatore esterno. Ma una particolare variante del principio di indeterminatezza mi rende questo impossibile: l’osservazione altera l’oggetto osservato, e la mia visione dei fatti, nel momento in cui li racconto, altera il modo in cui chi li riceverà vedrà la fine di questa storia. Posso dipingere la questione brutalmente, dando tutta la colpa all’Innominato - guardando i fatti è la cosa più ovvia. Ma quello delle relazioni è un sistema complesso, con tante variabili, e sempre qualche forma di comparative negligence, di colpa condivisa. E non ho bisogno di qualcuno che mi assolva e mi dica che non avrei potuto fare altro. Io non sono una che si arrende facilmente, l’ho voluto e ci ho provato per un decennio, se sono arrivata a questo punto è davvero inevitabile. Ma è dura convincermene. Anche perchè sono avvolta da questo strano senso di irrealtà: un universo che non condivido con l’Innominato ora mi è estraneo, mi risulta difficile da immaginare. E da spiegare alle persone che mi sono più care. Quelle stesse persone che mi hanno vista innamorata, che mi hanno vista lottare per questa storia. Che mi hanno sentita progettare un matrimonio, immaginare i nomi dei figli, sperare di invecchiare insieme. Capisco che anche loro siano basite all’idea che io non sia più la stessa persona, e non ho la forza di spiegargli perchè e come.
Quindi sono qui. Apro un blog, mi trasformo in una nostra (mia e dell’Innominato) conoscente che, tanto tempo fa, deridevamo perchè aveva messo nero su bianco la rottura con il suo amore. In questo blog voglio elaborare il lutto della fine di una storia, ma anche cominciare ad immaginare questo universo parallelo in cui sono stata catapultata. Ricominciare a costruire me stessa.
Certo, mi proteggo con l’anonimato. E spero che urlando nel frastuono di tutti quelli che battono sui tasti nel web i loro pensieri, mi giunga un’eco.
Mille storie finiscono ogni giorno, penso che chiunque si sia trovato in una situazione simile alla mia. E spero voglia fare un po’ di strada con me.
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Dici che mi vuoi massacrare, ma almeno fallo.
chefaiunpiacereatuttiquanti. -
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